E' incredibile come il tempo cambia le cose e le persone! Questo quartiere, pochi decenni fa, era molto diverso; anch'io, del resto, mai avrei pensato di fare quel che faccio ora.

In questa parte di Milano c'ero stato per la prima volta da ragazzo, sui sedici, quando ero scappato da casa; volevo abbandonare la scuola, dove avevo già accumulato due bocciature, e andare a vivere per strada, alla giornata e girando il mondo. Cercavo un posto abbastanza lontano da casa e questa mi sembrava la zona giusta. Era la classica periferia urbana industrializzata, con un continuo via vai di operai tra lo scalo ferroviario e i vicini stabilimenti. Con delle piccole locomotive portavano i vagoni merci direttamente nelle fabbriche; lo ricordo bene perché, mentre giravo da queste parti, uno di quei vagoni mi aveva quasi messo sotto. Di notte, dopo che gli operai se ne tornavano a casa, il quartiere si spopolava e diventava una bella zonaccia, come si usa dire. La frequentavano solo vagabondi, prostitute e la clientela di queste ultime. La fuga era durata poco tempo, perché i miei genitori avevano denunciato la mia scomparsa, ed ero stato ritrovato subito.

Per un po' avevo rigato dritto, ma non ce la facevo proprio a seguire le loro regole. Anzi, non riuscivo a seguire nessuna regola. La maggior parte della gente pensa ad avere uno scopo nella vita, raggiungere una meta e assicurarsi un futuro tranquillo. Ma la vita è troppo imprevedibile per cercare di organizzarla! Le persone che ci provano finiscono per disprezzare la libertà; i miei genitori erano tra questi. Sopportai la situazione soltanto fino alla maggiore età, poi dissi chiaramente che intendevo scegliere la mia strada da solo, e stavolta furono loro a mettermi alla porta.

Ho viaggiato per l'Italia e l'Europa, chiedendo passaggi o prendendo il treno di straforo; i confini sono sempre andati stretti a un cittadino del mondo come me. Per alcuni anni ho vissuto ad Amsterdam, dove ho conosciuto tanti altri giovani ribelli. Cercavamo tutti un mondo migliore, ma non sapevamo dove trovarlo. E allora, per non vedere le schifezze di questo, ci facevano di roba fino all'impossibile. I nostri pensieri prendevano il volo, per poi ricadere in un vortice quando l’effetto terminava; era come esserci e non esserci nello stesso istante. Se non avete un passato da tossicomane, non so se potete capire davvero cosa intendo. Vivevamo in un edificio abbandonato che nessuno reclamava, una catapecchia che stava in piedi per miracolo. In questo gruppo di ragazzi avevo trovato anche l'amore, o qualcosa di simile; c'era Helen, aveva un anno in meno di me ma di cose sul sesso ne sapeva più di quante me ne potessi immaginare. Scopavamo e ci facevamo, ci facevamo e scopavamo in mille modi diversi. Poi un’overdose di eroina le regalò l'ultimo viaggio. Che la droga fosse tutta una scommessa col destino l'ho capito solo in quel momento; oggi riesci a tornare indietro dopo aver toccato la luna, domani non ce la fai e ci resti. La morte di Helen mi aveva fatto venir voglia di mollare quella vita, così decisi di tornarmene a Milano. Per quanto la cosa possa sembrarvi strana, iniziavo ad avere anche una certa nostalgia della mia città.

Ero entrato in possesso di una bicicletta tutta arrugginita, ma con le gomme ancora a posto, a cui avevo attaccato una specie di rimorchio per trasportare le mie cose. Attraversai l'Olanda e una parte di Germania con questo mezzo, finché non si ruppe e dovetti continuare in treno, giocando a nascondino ogni volta che vedevo arrivare un controllore.

A Milano poi mi sono procurato una nuova bici. Molte persone sono piene di cose che non gli servono a nulla, eppure non se ne vogliono separare! Quando ho visto quella bicicletta legata a un lampione per giorni, mi sono detto che era uno spreco. Il mio ideale di società è quello in cui chi ha qualcosa che non gli serve la dona a chi ne ha bisogno; ma, fino a quando questa situazione non si realizza, si deve provvedere di persona alle proprie necessità. Perciò tagliai la catena che imprigionava la bici che, da allora, è diventata mia.

Con due ruote dalla sua parte, un vagabondo diventa inarrestabile. Potevo spostarmi velocemente, arrivare in tempo alla distribuzione dei pasti alla mensa dei senzatetto e occupare per primo i migliori posti dove dormire. La concorrenza non mancava, ma avevo dalla mia tutta l'esperienza accumulata all'estero.

Bazzicavo dalle parti dello scalo ferroviario, per via del vicino dormitorio, dove davano un letto ai randagi come me. Molte fabbriche avevano chiuso e c'erano molti meno operai di giorno, mentre di notte c'era sempre il solito traffico di sesso. In una piazza lì vicino, alcuni giovani punk avevano occupato un vecchio edificio e ne avevano fatto il loro ritrovo. Questo genere di cose capitava spesso a quei tempi; c'erano molti palazzi abbandonati e qualcuno doveva pur abitarci. Me li feci amici raccontando le mie storie di vita vissuta e le idee che avevo sulla libertà. Erano miei coetanei e non avevano nulla da ridire su come vivevo. Oltretutto, quando non riuscivo a trovare posto al dormitorio, mi ospitavano loro. Circolava un po' di roba, ma i ragazzi erano contrari all'eroina. Avevano occupato questo posto dopo essere stati sloggiati da altre parti, per via del casino che facevano; mettevano su dei concerti mica male, invitando gruppi sconosciuti, ma che sapevano il fatto loro. E quelle sere lì in piazza non si dormiva.

E' stato durante uno di quei concerti che ho conosciuto Alice; l'avevo già notata in giro di tanto in tanto e, quella volta, avevamo attaccato bottone. A vederla, mi ricordavo delle ragazzine che portavo a casa dei miei quando ero quindicenne e seguivo ancora un po' di regole. I miei genitori mi costringevano sempre a lasciarle perché, dicevano, si truccavano in modo esagerato… questa, oltre a truccarsi, si faceva i capelli dritti e aveva tatuaggi sulle braccia, che esibiva girandosene con canottiere striminzite. Sarebbe stato bello tornare ragazzino e portare una così a casa dei miei vecchi, per vedere la loro reazione! Alice se ne andava sempre in giro con il suo cane, un bestione che sbavava continuamente. Quel cane mi faceva un po' schifo, ma lei no, e chi vive per strada non può certo essere schizzinoso. Avevo attaccato a parlarle così: “Più conosco le persone, più mi accorgo di quanto siano migliori i cani!”, una frase che avevo sentito dire in giro e che mi ero segnato. Forse non ve l'ho detto, ma quando sento dire una frase che mi piace, cerco di scriverla per ricordarmene. Ho accumulato, nel corso della mia vita, migliaia di foglietti con le frasi che mi hanno colpito di più. Quella frase lì mi sembrava la più adatta alla situazione e, in effetti, la tipa rispose che l'affetto di un cane è superiore a quello che può dare un essere umano. Poi giù a raccontare la storia della sua vita e dei suoi problemi con i ragazzi; io stavo lì a dire solo si o no e a farla parlare ancora. Quindi lei mi propose: “Andiamo a bere qualcosa?” Ero senza soldi, e glielo dissi senza troppi giri, ma lei: “Offro io!”. Di fronte a una birra la lingua si scioglie più facilmente, e anch'io giù a raccontare pezzi della mia vita; le raccontai pure di Helen e di quello che era successo. Avevamo tutti e due bisogno di parlare. Voleva sapere dove vivevo e se potevamo vederci ancora; io papale papale le dissi che ero senza fissa dimora. Lei abitava nelle vicinanze, coi genitori che spesso erano via per lavoro o altre cose. Mi fece: “Vieni a casa mia, ti puoi fare una doccia e metterti comodo. Tanto i miei tornano dopodomani!” E come facevo a dire di no a un invito del genere? E' successo quel che doveva succedere. La ragazza aveva bisogno di carezze, e anch'io; non stavo con una donna da quando era morta Helen.

Ci rivedemmo diverse volte, ma dopo un po' fu chiaro che la cosa non poteva andare avanti; Alice si ribellava alle regole solo per attirare l'attenzione, io lo facevo per amore della libertà. Credeva che, per amor suo, avrei mollato la strada e che so, mi sarei messo a cercare un lavoro. Ma non era questo quello che volevo! Glielo dissi, ormai ci conoscevamo da mesi e non volevo prenderla in giro. Ci restò male, mi maledisse anche. Però non era stupida e aveva capito il concetto, così non mi cercò più.

Per un po' feci il desaparecido, smettendo anche di frequentare i miei amici punk. Non avevo voglia di farmi vedere in giro da Alice, dandole dei dispiaceri. Di fronte a queste cose le tue convinzioni traballano un po' e ti cominci a chiedere se non hai sbagliato strada. A darmi un'altra batosta (non arrivano mai da sole, eh!), un giorno feci una brutta scoperta; la casa occupata era stata sgomberata. Avevo sentito diverse volte i ragazzi che parlavano del rischio di essere sgomberati, ma non pensavo che sarebbe avvenuto sul serio. Mi ero affezionato a quel posto e a quei ragazzi, che giocavano a fare i ribelli senza conoscere il prezzo da pagare per essere davvero liberi. Mi ritrovavo quindi solo come un cane, con un gran casino in testa. Ma chi ha scelto di vivere come me non può farsi prendere dalle incertezze; se le cose non girano bene da una parte, molto meglio cambiare aria. Quindi sono partito nuovamente. Ero sicuro che, riprendendo a viaggiare, mi sarei sentito meglio. Avevo le gambe allenate, potevo pedalare fino in capo al mondo! Arrivai in Liguria dopo una mezza giornata di viaggio e, fatto il primo bagno in mare dopo anni, decisi di continuare il viaggio a oltranza. Mi fermai in vari paesi sulla costa, tuffandomi in mare e dormendo sulla spiaggia, fino a raggiungere la Francia e, infine, la Spagna. In quel paese passai alcuni mesi a vagabonare. Soddisfatta la voglia di viaggiare, ho sentito di nuovo il richiamo di casa. Sono un tipo nostalgico io! Quando sono tornato a Milano non ero più solo però; con me c'era Chiquita, una cagnetta randagia che avevo trovato a Barcellona.

Poi ho conosciuto Nino; era un vagabondo alla maniera classica, senza concessioni al genere punk. Cinquant'anni, o forse più, cappello in carta di giornale sempre in testa, girava in bicicletta portandosi dietro tutto quello che aveva. Lo si trovava spesso dalle parti di via Ripamonti, anche se per “lavoro” si spostava ovunque in città. Conosceva a memoria i giorni in cui, nei diversi quartieri, si teneva qualche fiera o manifestazione, e ci andava portandosi dietro tutto il suo repertorio; scriveva poesie che vendeva alla gente per strada. Mi disse che un tale le trovava geniali e gliele pagava anche cinquemila lire. Non gli credevo, mi sembrava troppo una presa in giro: cinquemila lire! Nino allora mi chiese se volevo vedere la vendita con i miei occhi e io, incuriosito, dissi di sì. In via Romano, dove Nino andava sempre quando c'era il mercato, gli si avvicinò un tale con una bella pelata che sfoggiava un farfallino a pallini. Dopo aver parlato un po', il pelato tirò fuori cinquemila lire e le diede a Nino, che gli consegnò uno dei suoi foglietti. Però! Chi ha detto che con la poesia non si mangia? Nino mi disse che quel tizio era fissato con l'arte, per lui era anche un po' tocco, infatti gli altri che compravano le sue poesie le pagavano al massimo mille lire. Mi disse che un giorno gli avrebbe chiesto diecimila per una delle sue opere più riuscite. Io gli raccontai della mia mania di scrivere frasi sui foglietti. Magari, gli dissi, con qualcuna di quelle frasi poteva mettere su facilmente una poesia. Lui accettò di vedere il mio repertorio e così ci mettemmo al lavoro. Verso sera Nino se ne uscì con una nuova poesia che si intitolava “Cittadino del Mondo” ed era dedicata a me:

Dove te ne vai, o cittadino del mondo, se la nostalgia di casa è dietro l'angolo? Con una bici per pedalare e un cane da accarezzare, la tua casa è ovunque vai.

Per Nino era la migliore poesia che avesse mai scritto; a me vennero quasi le lacrime, perché sentivo che un po' mi rappresentava. La riuscì a vendere alcuni giorni dopo, il tizio pelato sganciò un pezzo da diecimila senza batter ciglio, anzi riempiendo Nino di complimenti. Poi Nino insistette per darmi cinquemila, dicendo che me le ero guadagnate, ma io non volevo. Insomma, alla fine con quei soldi abbiamo deciso di comprare una bottiglia di vino, di quello buono, e di scolarcela fino a prendere la sbronza. Così, tra i fumi dell’alcol, decidemmo di mettere su società; io avrei continuato a raccogliere frasi interessanti, lui ne avrebbe fatto poesie da vendere.

Le cose non andarono sempre bene come quella volta, ma con la nostra società si tirava avanti, e ci si faceva qualche litro di tanto in tanto. Erano gli anni in cui si diceva Milano da bere e, in effetti, abbiamo bevuto anche noi. In città c'erano dei pazzoidi ricchi sfondati che davano feste dove, a volte, invitavano i randagi come noi per dare un tocco d'originalità. Queste cose mi davano un po' fastidio, perché eravamo in mostra come bestie allo zoo. Ma per amore di Chiquita non ho voluto fare lo schizzinoso; lei rimediava sempre tante carezze e bei pasti. Poi però uno stordito le mise della cocaina nella ciotola e io allora lo andai a prendere a calci. Ci buttarono fuori e nessuno ci invitò più alle feste. Ormai quei tempi sono finiti da un pezzo, alcuni di quei personaggi poi li hanno pure arrestati, e tanta gente era lì a gridare “Ladri, ladri!” e a dirgliene contro di ogni. Forse perchè non erano mai stati invitati alle feste.

Con Nino siamo stati grandi amici, fino a quando c'è rimasto. Iniziava ad avere una certa età ed esagerava spesso col vino; quando era ubriaco, voleva dormire sempre all'aperto, anche quando faceva freddo. “Ma vieni al dormitorio!” gli dicevo io, e quello niente, mi gridava dietro. Diceva che dormire fuori era l'unico modo per non dover dipendere dagli altri, restando libero. Finché non si prese un malanno di quelli brutti, per un inverno troppo freddo. Lo portarono all'ospedale, ma era troppo tardi. Al funerale ho rivisto qualcuna delle nostre vecchie conoscenze nel bel mondo; poi c'erano dei giovani che, pur non avendolo mai conosciuto, vedevano in lui un profeta del vivere in libertà, o almeno così dicevano.

Milano era cambiata. Per le strade non c'erano più eroinomani, forse perché ci si faceva con cose peggiori, oppure perché la cocaina era diventata più conveniente. Tutte le fabbriche attorno allo scalo avevano chiuso e gli edifici abbandonati erano occupati dagli stranieri che bazzicavano per il quartiere, che era divenuto, per così dire, cosmopolita. Erano terribili; arrivavano quasi sempre prima di me a prendersi i posti migliori per dormire. In via Ripamonti c'era un gigantesco edificio abbandonato, che una volta era una fabbrica; in quegli anni faceva quasi paura. Per chi non era parte del gruppo che l’aveva occupato, andare a dormire la dentro era fuori discussione, a meno che non volesse finire ammazzato. Alcuni poi fregavano le biciclette, le smontavano e rimontavano per venderle. Non so se avete capito come la penso su queste cose, ma io della mia bici ne ho bisogno come il pane. Se a queste persone servono due ruote, devono fare come ho fatto io, prendendole da chi le lascia inutilizzate. Se invece cercano di rubarle a me, io li prendo a pugni in faccia. Ed è quello che ho fatto quando uno di loro ha cercato di fregarmela, gli sono saltato addosso e gli ho fatto perdere la voglia di provarci ancora, assieme a due denti. Ma, infine, non ce l’ho con loro perché sono stranieri; a me va bene tutto, sono cittadino del mondo. Basta che non mi portino via la bicicletta, perché ci sono affezionato.

Per strada la gente aveva preso la mania di parlare con le radioline. Poi mi hanno detto che in realtà sono telefoni portatili, con cui una persona può sempre chiamare e farsi chiamare. Non ho ancora capito quale sia il vantaggio, per me tutto questo non ha senso. Comunque le strade piano piano hanno iniziato a riempirsi di questi pazzi che parlano da soli; solo se ti avvicini si capisce che sono al telefono. Alcuni parlano a voce altissima, e ascolto tutte le cazzate che dicono per arricchire il mio repertorio.

Continuo sempre a scrivere le frasi più interessanti che sento in giro, di foglietti ne ho accumulati ormai tantissimi; lo svantaggio di chi vive come me è che, se ti metti a collezionare cose, finisci sempre per tenerle in disordine. Ecco, mi piacerebbe tenere le frasi che ho raccolto in ordine, per poterle trovare quando mi servono. Quelle poche volte che parlo, alcune di queste frasi mi rendono più interessante. Se parli in un modo che gli altri non si aspettano, questi restano ad ascoltarti. Magari poi ti danno anche dei soldi.

In alcune strade ogni tanto si festeggia non so che, e io ne approfitto per raccattare qualche spicciolo; in Viale Sabotino ad esempio, oppure in Corso Lodi e in Via Ripamonti. Indosso anch'io un cappellino simile a quello di Nino; mi aveva insegnato lui come farli, piegando la carta di giornale. Sono economici ed ecologici, è tutta carta riciclata. E poi tengono anche caldo. Non sono capace di scrivere poesie, per venderle come faceva lui. E allora mi faccio aiutare dai cani; dopo Chiquita ne avuti diversi con me. Ora ci sono Ricky e Pedro, due cagnoloni grandi e grossi, che fanno i furbacchioni con i bambini e le ragazze. Genitori e fidanzati, per non far brutta figura, mi gettano una monetina. Un vagabondo che si rispetti deve avere un cane, se non vuole essere solo come un cane! Questa si che è una bella frase, talmente bella che ogni tanto la dico a voce alta. Lo ammetto, ogni tanto parlo da solo. Non molto spesso ma capita; chi non ha nessuno con cui parlare finisce per parlare con se stesso. Comincio prima nella mia testa, poi qualche parola se ne esce fuori da sola.

Continuo a raccontare queste cose come se le stessi facendo ancora, ma in realtà ho smesso di vivere così alcuni mesi fa. Il tizio che mi ha proposto di fare quello che faccioora deve aver sentito qualche mia frase a voce alta, credo. Un giorno mi si presenta davanti, chiedendomi se conoscevo la “Fondazione”. Ne avevo sentito parlare, da quando ci sono i giornali gratuiti ho ripreso a informarmi anch'io! Ho visto che stavano lavorando in uno di quei vecchi edifici, l'hanno rivestito come un pacco regalo con il nome della Fondazione sopra, ed è rimasto così per mesi e mesi, prima che incominciassero a lavorarci per davvero. Poi hanno aperto questo museo di arte moderna, passando di lì vedevo i manifesti, anche se non ne ho mai capito molto di queste cose. E niente, il tizio mi chiede se voglio partecipare a un'esposizione sperimentale, così la chiama lui; in pratica, devo starmene mezza giornata in una stanza, con una panchina color arancione al centro. Sono lì coi miei cani, il cappellino di carta e tutto, e faccio come se fossi per strada. E la gente mi passa davanti, mi guarda e mi fa le foto. Lo ammetto, da giovane non l'avrei mai fatta una cosa del genere, però adesso avere un posto così mi fa anche comodo. Se ho sonno posso dormire sulla panca, ignorando quelli che passano (tanto ci ero già abituato), ho un bagno tutto per me e mangio quanto voglio al bar del museo. Per la notte posso andare al dormitorio, o pagarmi un albergo coi soldi che mi danno. Vi dico la verità, a farmi accettare non sono stati questi vantaggi, ma la possibilità di andare in trasferta in altri musei del mondo. E' da tanto che non viaggio, cercate di capirmi. Ho accettato tutto, ma su una cosa ho insistito, finché non hanno dovuto darmi ragione; erano indecisi se intitolare questa esposizione “Il Clochard”, oppure “Il Vagabondo”. E che diamine! Io sono un “Cittadino del Mondo” e come tale voglio essere chiamato!