"È sulle simpatie e antipatie che la ragione ha perduto i suoi diritti."
(Cristina di Svezia)

Cos'è che definisce il "fastidio"?
Cosa ci fa percepire odori, sapori o persone come nauseabondi, sgradevoli od odiosi? Ed ancora, cosa scatta nella nostra mente che definisce ciò che ci piace da quello che, invece, detestiamo?

Il valore delle nostre preferenze spesso si basa sull'esperienza, su quel tipo di propedeutica della mente che ci offre il paradigma delle nostre inclinazioni e che, in maniera non del tutto conscia, stabilisce chi o cosa ci piace o non ci piace. Per farla semplice: il cervello memorizza le nostre informazioni dall'ambiente, le elabora ed esercita su di esse un controllo.  

Questo corrisponde al primo assioma del cognitivismo, quella sottobranca della psicologia che si occupa proprio di esaminare e studiare i delicati meccanismi mentali che soggiacciono al comportamento di qualsiasi organismo, ne determinano il comportamento e ne motivano le azioni. Cogito ergo sum, la massima cartesiana, qui, si sposa alla perfezione con le matrici cognitive che prescrivono i processi non visibili alla base delle azioni e delle interazioni (sociali ed ambientali).

Si inserisce qui il più che noto concetto psicologico dello stimolo-risposta di matrice pavloviana: uno stimolo neutro (verbale, pragmatico, naturale e così via) al quale dapprincipio non si attribuisce alcun significato o correlazione, può assumere una connotazione del tutto diversa, fungendo da segnale anticipatorio (o di attesa) di un evento susseguente. In questo modo, in futuro, la "risposta" a quell'evento viene predetta dalla comparsa dello stimolo in questione (anche quando l'evento viene disatteso).

Un esempio molto semplice lo possiamo estrarre dalla sociologia dei processi culturali. Quando vado al ristorante io mi aspetto che il cameriere mi saluti e mi accompagni al tavolo. Se lui disattende la mia aspettativa, resto spiazzato, non so che fare e, guardandomi intorno, inizio a spazientirmi ed irritarmi. Motivo per cui giuro a me stesso di non mettere mai più piede in quel locale perché da quel preciso momento smette di piacermi e diventa "antipatico".

Ed è in questa particolare atmosfera di "fastidio" che fa capolino quel processo psicologico chiamato "effetto Garcia": un particolare processo di repulsione attivato dalla memoria associativa (con sede nell'amigdala e nell'ippocampo) che, in conseguenza di un avvenimento spiacevole collegato a un particolare alimento o bevanda, attiva uno stimolo negativo di "protezione" futuro, il quale instaura un’immediata avversione per il sapore, o anche solo per l'odore di quei cibi.⁣ Si crea subito un’associazione tra lo stato di malessere conseguente all’assunzione passata dell'alimento e il suo stesso sapore, impedendo che in futuro lo si ingerisca di nuovo. ⁣
⁣In altre parole: ti è mai capitato di smettere di colpo a bere o mangiare qualcosa perché anche solo sentirne l'odore ti provocava una sensazione sgradevole e di disgusto?⁣ Si? Allora hai fatto esperienza dell'effetto Garcia.

Ma c'è di più. L'effetto Garcia, proprio perché naviga i perigliosi meandri della psiche, trascende la sua stessa origine per andare ad insinuarsi anche in quegli aspetti linguistico-sociali per i quali, in prima istanza, non era stato associato. Va, per esempio, a collegarsi alle parole, stringendo un patto mefistofelico con i nomi di persona, insinuandosi sulla nostra futura percezione di considerare una nuova conoscenza come simpatica/antipatica al solo pronunciare il suo nome.

Se in passato un "Luigi" si è reso protagonista di un'azione riprorevole nei nostri riguardi, il nostro cervello memorizzerà inconsciamente quel nome, associandolo in maniera del tutto consequenziale a qualcosa di negativo. L'affiliazione così creata non si manifesterà in modo palese fino a quando un nuovo "Luigi", del tutto innocente e ignaro delle macchinazioni della nostra psiche, si affaccerà sul nostro percorso e farà scattare un'automatica percezione di "qualcosa che non va", con conseguente antipatia a pelle nei confronti del nuovo conosciuto.

Le rappresentazioni psico-linguistiche così formate tentano di codificare l'intricato meccanismo soggiacente alla comunicazione, all'interpretazione ed infine alla relazione con l'Altro. La complessità di quest'architettura semantica suggerisce che la memoria, facendo parte di un meccanismo sia intra- sia extralinguistico, risponde soprattutto a processi di natura arbitraria correlati profondamente all'esperienza personale.

L'unanimità esiste solo in teoria.