La fotografia digitale è una tecnologia ormai matura, che fa parte della nostra quotidianità da circa un ventennio. Dai primi timidi passi mossi negli ultimi decenni del XX secolo, gli apparecchi digitali hanno rapidamente soppiantato quelli a pellicola grazie alle loro nuove possibilità.

Punto fermo nell’industria della fotografia digitale è la qualità delle immagini; tutti i principali marchi del settore hanno toccato spesso questo argomento nelle loro campagne pubblicitarie e, a sentir loro, ogni innovazione tecnica introdotta è stata un passo ulteriore verso immagini sempre più perfette. E’ davvero così?

A dire il vero, alle affermazioni degli slogan pubblicitari corrisponde una realtà molto più articolata. Si può dire che, accanto a prodotti di buon livello, si sono visti apparecchi ben poco qualitativi. E tuttavia anche questi dispositivi così poco performanti sono stati utili ai produttori, poiché non tutti gli acquirenti erano interessati a quelli di punta.

Nel mercato delle attrezzature fotografiche, già prima dell’avvento del digitale, si è sempre differenziata l’offerta in base a tre categorie di utenti: il professionista, il fotoamatore e il cosiddetto “fotografo della domenica”. Se i primi due hanno una buona conoscenza delle attrezzature che acquistano, Il “fotografo della domenica” invece è unicamente interessato a immortalare qualche ricordo; non gli interessano fotocamere troppo costose e complicate, bensì modelli economici che siano facili da usare.

Con l’avvento del digitale, ogni produttore ha cercato di proporre ai professionisti e ai fotoamatori i suoi sistemi a ottiche intercambiabili (reflex digitali e, successivamente, mirrorless), mentre per la terza categoria di consumatori ha escogitato delle soluzioni adeguate, rappresentate inizialmente dalle compatte budget.

Nei primi anni 2000, queste fotocamere digitali di fascia economica hanno contribuito alla diffusione di massa della fotografia digitale ben più degli apparecchi di livello professionale. Le immagini che sfornavano non potevano certo definirsi capolavori di qualità, tuttavia erano scaricabili su PC e condivisibili in rete. Queste fotocamere erano caratterizzate da un sensore di piccole dimensioni, con limitata capacità di interpretare le scene a forte contrasto: in un’immagine comprendente sia aree in ombra che illuminate, la macchina poteva esporre correttamente solo le zone in ombra, bruciando le luci, oppure le zone illuminate lasciando completamente nere le ombre.

Questi apparecchi inizialmente non disponevano che di una manciata di megapixel: nel 2004-2005 mediamente si era attorno ai 5-6, mentre i modelli migliori ne vantavano 8. Nel corso degli anni quest’ultima caratteristica è andata ad aumentare in modo evidente, e già verso il termine del decennio il numero di megapixel medio era raddoppiato.

I pixel di un sensore fotografico costituiscono l’unità più piccola in grado di recepire la luce, e il loro numero nelle foto digitali si conta sempre in milioni; infatti si parla di megapixel (mpx; 1 mpx= un milione di pixel). Non hanno una dimensione predefinita, ma possono essere più o meno grandi a seconda della grandezza del sensore e del loro stesso numero. Mettendo a confronto due sensori di pari dimensioni, troveremo i pixel più grandi in quello che ne avrà il numero inferiore; se invece volessimo confrontare due sensori con lo stesso numero di pixel, ma di dimensioni differenti, troveremo i pixel più grandi nel sensore più grande. La dimensione del singolo pixel è importante nella qualità finale dell’immagine, poiché più grandi sono, più permettono una lettura ottimale della luce, producendo una minore quantità di disturbo elettronico se costretti a lavorare ad alta sensibilità. La differenza è evidente nelle situazioni più difficili, dove magari l’illuminazione è scarsa; in questi casi gli apparecchi con i pixel troppo piccoli, costretti a lavorare a sensibilità elevate, producono immagini di qualità davvero scarsa.

Appare quindi palese che la situazione peggiore per la qualità d’immagine è rappresentata da un sensore piccolo sovraccaricato di megapixel. E’ proprio quello che è successo con le compatte budget. Nel corso degli anni queste fotocamere hanno visto infatti non solo un incremento dei megapixel, ma pure un ridimensionamento dei sensori; da quelli inizialmente grandi più di mezzo pollice (l’unità di misura delle dimensioni di molti sensori è il pollice inglese), ci si è attestati attorno a 1/2,3” come misura standard. Ma in fin dei conti, a cosa servono tanti megapixel?

Il numero di pixel è correlato alla risoluzione dell’immagine e alla sua stampa; più megapixel significano avere una risoluzione dell’immagine maggiore, che permette di stampare una foto in grande formato senza perdere qualità. Bisogna dire però che la differenza di dettaglio tra immagini a risoluzione più o meno alta si vede solo su stampe davvero grandi, poiché per quelle formato cartolina o poco più (le foto da mettere nell’album) bastano pochi megapixel. Con 12 mpx si può stampare già a dimensioni vicine a quelle di un foglio A3, mentre per stampe di grandezza superiore in linea teorica sarebbe meglio avere una risoluzione più elevata. Nella pratica però più è grande la stampa e più da lontano si finisce per guardarla, senza notare troppo dettagli e sgranature. Se invece l’utilizzo prevalente delle foto è la condivisione sui social, le immagini troppo grandi possono rallentare il caricamento e la visualizzazione, tant’è che molti siti ridimensionano automaticamente la foto se questa supera una certa dimensione. Fatte queste considerazioni, appare chiaro che alla maggior parte degli utenti basterebbero pochi megapixel.

Ma nel mercato le cose non vanno sempre in modo logico; se reflex e mirrorless hanno generalmente mantenuto un certo equilibrio tra dimensioni del sensore e risoluzione delle immagini, con le fotocamere budget i produttori hanno indotto la massa dei consumatori a una sorta di gioco a chi ce l’ha “più”: lo zoom più potente, maggiore risoluzione e così via. Molti si sono fatti invogliare a scegliere un modello piuttosto che un altro solo in base al numero di megapixel. E’ partita quindi una corsa tra i produttori a metter sul mercato apparecchi con sensori stracarichi per conquistare il maggior numero di compratori. Da punto di vista della qualità in certi casi si è assistito al paradosso di modelli che, in condizioni di luce difficili, producevano immagini molto più scadenti rispetto a quelli di qualche anno prima.

La stessa cosa è avvenuta con gli eredi delle compattine budget: gli smartphone, che nel secondo decennio del secolo hanno iniziato ad essere sempre più competitivi nell'ambito fotografico. Anche qui si è arrivati a un numero di megapixel davvero troppo alto per i sensori utilizzati da questi dispositivi, spesso ancor più piccoli di quelli da 1/2,3” delle compatte di cui si è parlato.

Person snapping food
Photo by Eaters Collective / Unsplash

La corsa ai megapixel continua ancora oggi. In base alle considerazioni fatte, sembrerebbe una competizione assurda, ma i più recenti sviluppi tecnologici potrebbero invece darle senso. Con l’introduzione dei sensori quadbayer, avere tanti megapixel diventa infatti necessario per poter sfruttare questa tecnologia. In questo tipo di sensore i pixel non vengono utilizzati singolarmente, bensì a gruppi di quattro, ottenendo immagini con risoluzione effettiva pari a un quarto del numero totale di megapixel; un sensore quadbayer da 48 mpx produce ad esempio foto da 12 mpx. Il vantaggio però sta nell’utilizzo dei blocchi da quattro per migliorare le capacità di lettura della luce, con dei pixel che si occupano delle ombre e altri delle luci. Il risultato, di fronte a scene con forte contrasto, è notevolmente migliore rispetto ai sensori standard. Sempre più smartphone utilizzano questa tecnologia, la quale è probabilmente solo transitoria (già vi sono modelli che utilizzano i pixel a blocchi di 9). In effetti ora c’è un motivo valido per avere molti megapixel, e nel frattempo la gara a chi ne mette di più ha raggiunto picchi impensabili: vi sono smartphone con più di 100 mpx!

Se fino a poco tempo fa le fotocamere a obiettivi intercambiabili si tenevano fuori da questa competizione, ora si assiste anche in questo ambito a un aumento della risoluzione massima. Si tratta ad ogni modo di apparecchi con sensori decisamente più grandi rispetto a quelli di uno smartphone, e la scelta fra una reflex o una mirrorless con più o meno megapixel è dettata prevalentemente dal tipo di uso che se ne vuol fare; un professionista che fotografa in condizioni di luce controllata (studio) o usa sempre il cavalletto, non avrà troppo bisogno di alzare la sensibilità del sensore, e trarrà vantaggio da un modello con maggiore risoluzione per grandi stampe o effettuare ritagli di porzioni dai suoi lavori. Viceversa chi gira abitualmente video, oppure fotografa in situazioni che richiedono alte sensibilità, si troverà meglio con un modello di risoluzione inferiore, ma che produca immagini buone anche in situazioni estreme.

Voci di corridoio parlano però della possibilità di portare la tecnologia dei quadbayer anche sui sensori delle fotocamere professionali. Questa potrebbe essere una svolta interessante; visti i risultati che si ottengono con i cellulari, applicare questa tecnologia a sensori di buone dimensioni avrebbe delle potenzialità davvero utili anche per gli utenti più esperti. Un apparecchio del genere infatti otterrebbe facilmente immagini esposte bene, anche in quelle situazioni critiche dove si ricorre ad attrezzi aggiuntivi o allo scatto di più foto da combinare assieme. Bisognerà vedere se e come le case costruttrici decideranno di implementare una cosa del genere, ma è sicuro che il primo a farlo potrebbe guadagnarsi una posizione di primo piano sul mercato.

Insomma, col decennio appena incominciato la corsa al megapixel appare tutt’altro che terminata; la sfida si sposta ora sugli utilizzi effettivi che si potranno fare di tutti questi megapixel. A quali innovazioni assisteremo?