Il 25 novembre 1970 un gruppo di uomini armati di spade e pugnali, dopo essersi introdotti in una caserma delle forze di terra giapponesi, presero in ostaggio il comandante, barricandosi nel suo ufficio. Li guidava lo scrittore Yukio Mishima che, affacciatosi dal balcone, si rivolse ai militari radunati nei pressi dell'edificio, esortandoli ad unirsi a lui per "ridare al Giappone il suo vero volto". Le sue parole furono accolte con ben poco entusiasmo, probabilmente i soldati pensarono di trovarsi di fronte a un folle. Tuttavia, per quanto assurdo potesse essere il suo piano, era stato lucidamente preparato; finito il discorso, rientrò nell'ufficio e si tolse la vita facendo seppuku.

Video dell'archivio Associated Press, dove si vede Mishima fare il suo discorso.

Kimitake Hiraoka, più noto con lo pseudonimo Yukio Mishima, è stato un personaggio controverso. Tra i massimi letterati nel Giappone del dopoguerra, i suoi lavori vennero apprezzati sia in patria che all'estero. Fu noto anche come attore, sportivo (culturista e praticante delle arti marziali) e fotomodello. Il suo ideale estetico era l'equilibrio tra perfetta forma fisica e intelletto. Politicamente estremista, idealizzava l'antico Giappone dei samurai e disprezzava quello suo contemporaneo, a suo dire troppo occidentalizzato. Avrebbe voluto veder l'imperatore tornare al tradizionale ruolo semidivino, quello a cui Hirohito aveva rinunciato nel 1945, con l'esercito come custode dell'onore nazionale. A questo scopo si sottopose all'addestramento militare e fondò una milizia privata.

Per quanto già famoso in vita, il personaggio è stato reso celebre anche e soprattutto dal suo clamoroso suicidio rituale. Ma per quale motivo uno scrittore al culmine della carriera pervenne alla decisione di togliersi la vita? E' quello che cercheremo di spiegare in questo articolo, facendo riferimento sia agli scritti dello stesso Mishima che, seguendo quella che ormai è divenuta una nostra consuetudine, raccogliendo dagli archivi dei periodici[1] le opinioni sul suo gesto.

Nonostante il suo ardente nazionalismo, nella maggior parte dei romanzi di Yukio Mishima la politica resta marginale. Risaltano invece gli aspetti psicologici dei personaggi, lacerati interiormente dalle loro contraddizioni. I temi chiave della sua produzione letteraria sono la bellezza, il sesso e la morte, connessi da legami sottili e, a volte, perversi. Nel suo romanzo d’esordio, Confessioni di una maschera, il protagonista è diviso fra le sue inclinazioni omosessuali e l'apparenza che vuole dare di sè agli altri. Durante la guerra, spera di trovare nella morte la soluzione al suo dramma interiore. Ne Il Padiglione d'oro il monaco Mizoguchi è ossessionato dall'ideale di bellezza costituito dal Kinkaku-ji, la storica pagoda d'oro del suo monastero. Durante i bombardamenti americani teme che possa venire distrutta, e questo gliela fa apparire ancora più bella. In seguito la bellezza idealizzata del Padiglione d'oro si frappone tra Mizoguchi e la sua vita (rappresentata dall’esperienza sessuale), rendendolo impotente. L'unico modo per liberarsi dalla sua ossessione, e poter quindi vivere pienamente, sarà quello di incendiare l'edificio (causandone cioè la "morte").

Anche la vita di Mishima fu piena di contraddizioni; in alcuni casi semplici stravaganze, come abitare in una villa stile liberty, arredata alla maniera europea, nonostante fosse un conservatore ultranazionalista. Altri suoi atteggiamenti però potrebbero indicare una personalità profondamente lacerata. Vale ad esempio la pena di parlare delle tendenze sessuali dello scrittore; seppur sposato e padre di due figli, era nota la sua frequentazione dei locali gay di Tokyo e diverse persone sosterranno di aver avuto con lui relazioni omosessuali. Nel già citato Confessioni di una maschera, gli elementi autobiografici sono in effetti molti. Non possiamo sapere se la situazione narrata fosse vissuta realmente anche dall'autore; in tale caso, ci troveremmo di fronte a una circostanza estremamente traumatica, di quelle che possono portare alla follia.

Yukio Mishima

Un'altra contraddizione riguarda il rapporto tra corpo e intelletto; in giovane età Mishima soffrì di gracile costituzione, a causa della quale non fu chiamato alle armi durante la guerra. Probabilmente questo evento, nell'animo di un ragazzo cresciuto nel culto della patria, costituì una ferita insanabile. Dedicarsi alla letteratura forse, oltre che una passione, fu anche l'unico modo per affermare se stesso, non potendolo fare in attività che lui giudicava più "virili". Ad ogni modo, a metà degli anni '50, il suo rapporto col corpo cambiò; iniziò a praticare il culturismo e le arti marziali, allenandosi regolarmente. Il Mishima palestrato e "guerriero" degli ultimi anni, pur continuando a praticare il mestiere di scrittore, sembra mostrarne disprezzo. E' di questo periodo la sua partecipazione agli addestramenti militari con le Forze di Autodifesa (l'esercito giapponese), nonchè la fondazione del proprio esercito personale, l'Associazione degli Scudi (Tatenokai). Nelle Lezioni spirituali per giovani samurai, parla di essersi dedicato all'arte prima ancora di aver vissuto:

"Generalmente s'inizia a dedicarsi all'arte dopo aver vissuto. Ho l'impressione che a me sia accaduto il contrario, che io mi sia dedicato alla vita dopo avere iniziato la mia attività artistica. Di norma comunque ci si dedica prima alla vita per poi volgersi all'arte. L'esempio di due scrittori come Stendhal e Casanova potrà chiarire il significato del passaggio dalla vita all'arte. Stendhal, insoddisfatto di non riuscire a piacere alle donne, dopo ripetuti fallimenti si rese conto che soltanto la letteratura poteva realizzare i suoi sogni. Al contrario Casanova, dopo aver folleggiato di donna in donna in virtù delle sue doti naturali, dopo aver gustato a sazietà le dolcezze della vita, quando non ebbe più nulla da sperimentare volle scrivere le proprie memorie. È dunque una contesa, una lotta tra l'arte e la vita. Ci culliamo nell'illusione di poter apprendere cosa sia la vita dagli scrittori, che invece, il più delle volte, vegetano fiaccamente, mentre ben più numerosi sono gli uomini che conducono esistenze ricche ed intense."[2]

Questo ragionamento sembra un rimpianto per non aver vissuto in modo differente; la situazione ideale dell'uomo virile, del "guerriero" che, dopo aver vissuto intensamente, si mette a scrivere le proprie memorie, si capovolge in quella di Mishima che, raggiunta la fama nel mondo letterario, sceglie la via del guerriero fino al suo tragico epilogo.

Mishima durante uno dei suoi allenamenti

L'azione compiuta il 25 novembre 1970 va contestualizzata nella situazione dell'esercito giapponese, le Forze di Autodifesa (Jieitai) costituite nel 1954 a scopo puramente difensivo. Nel corso degli anni, pur aumentando gli effettivi e gli equipaggiamenti, il governo giapponese continuò a enfatizzare il controllo civile di questa forza armata, sforzandosi di utilizzare una terminologia "non militare", senza quindi definire mai, ufficialmente, le Forze di Autodifesa come un vero e proprio esercito. I motivi di questo comportamento vanno cercati nei precetti pacifisti espressi nell'articolo 9 della costituzione giapponese del 1946, nonchè nel timore che molti giapponesi avevano verso un possibile ritorno del militarismo.

Gli ultranazionalisti come Yukio Mishima ritenevano questa situazione inaccettabile, un grande disonore per i soldati che avrebbero dovuto insorgere per abbattere il sistema "corrotto" nato dall'occupazione americana, instaurando un regime che riportasse in auge i veri valori del Giappone. Che l'azione compiuta dallo scrittore, assieme a quattro fedelissimi del Tatenokai, fosse un atto di sola protesta o si sperasse di provocare realmente una rivolta dei militari, non è dato sapere. Alcuni addirittura ipotizzano che l'assalto alla caserma fosse solo un pretesto per morire in modo eclatante.

Del resto l'idea della morte, anche tramite suicidio rituale, era stata esplorata diverse volte nelle sue opere. Nel racconto Patriottismo, che costituì il copione per l'omonimo film (diretto e interpretato da lui stesso) è narrato il suicidio di un ufficiale dell'esercito e della sua sposa; i due si tolgono la vita dopo aver assaporato per l'ultima volta i piaceri della carne, in un tragico legame fra eros e thanatos. L'ufficiale compie il seppuku rituale, descritto da Mishima senza risparmiare i dettagli più cruenti.

Se dobbiamo credere a quanto egli stesso disse poco prima di suicidarsi, il suo gesto nasceva da motivazioni politiche; Mishima non poteva accettare il Giappone contemporaneo, così estraneo alle antiche virtù guerriere e dedito solo all'arricchimento. Ma la morte di un personaggio famoso, in un modo così scioccante, non lasciò certo indifferente la cronaca. Vediamo quindi come alcuni quotidiani italiani dell'epoca commentarono il fatto.

L'Unità, edizione del 26/11/1970

Va detto che non tutti concessero all'evento lo stesso spazio; ad esempio il comunista L'Unità riportò la vicenda il 26 novembre soltanto alla pagina 13, definendola un "colpo di mano fascista". Nell'articolo si prendono sostanzialmente per vere le motivazioni politiche fornite da Mishima, che viene definito "cultore della violenza spirituale e fisica", ironizzando sull'inutilità del suicidio in quanto, secondo l'autore dell'articolo, con l'aumento d'importanza dell'industria bellica giapponese, che stava rifornendo anche gli americani in Vietnam, la svolta militarista desiderata dallo scrittore sembrava già sul punto di svolgersi. Di tutt'altro tono l'atteggiamento de Il Secolo d'Italia, quotidiano più vicino alle idee professate da Mishima che, nel numero del 27 novembre, viene definito "ultimo samurai". Anche qui non si ricercano motivazioni del gesto diverse da quelle politiche, con la differenza che ne viene data valenza positiva; per la destra italiana il suicidio di Mishima è un atto di ribellione contro al "sistema" del dopoguerra.

Il Secolo d'Italia, edizione del 27 novembre 1970.

Più equilibrato l'articolo in prima pagina del Corriere d'informazione, edizione pomeridiana dell'odierno Corriere della Sera. In questo caso il cronista si concentra sulla descrizione dei fatti, per poi elencare alcune opere dello scrittore. Nel raccontare i fatti, molti giornalisti scrissero delle inesattezze sullo svolgimento del suicidio rituale, forse a causa dell'indisponibilità, sul momento, di informazioni più precise. Mishima infatti, dopo essersi trafitto il ventre con un pugnale, avrebbe dovuto essere decapitato dal suo fidato discepolo Morita, il quale però sbagliò il colpo per tre volte. La spada fu quindi impugnata da un altro membro del gruppo, Koga, che dette il colpo di grazia allo scrittore, per poi aiutare lo stesso Morita a fare seppuku.

Corriere d'informazione prima pagina del 25/11/1970 Archivio digitale Corriere della Sera
Corriere d'informazione seconda pagina del 25/11/1970 Archivio digitale Corriere della Sera

Nell'edizione del 27 novembre, il Corriere della Sera fa un approfondimento sulla vicenda e i suoi retroscena, partendo dai timori, espressi dalle autorità giapponesi, di possibili atti d'emulazione. I gruppi di estrema destra infatti erano molti e la loro consistenza numerica preoccupante. La milizia fondata da Mishima, la Tatenokai, era un gruppo minore, fino ad allora considerato non pericoloso. Nell'articolo si parla di come fosse organizzata e di quali fossero le sue regole. Si espone quindi il dubbio che la follia militarista dello scrittore derivasse dal suo mancato arruolamento durante la guerra. Vengono poi riportate le dichiarazioni del primo ministro giapponese Sato, il quale definì l'evento come "il gesto di un pazzo". Il cronista chiude rilevando che l'intenzione di Mishima potrebbe essere stata quella di creare un mito.

Corriere della Sera del 27/11/1970 Archivio digitale

La Stampa, nell'edizione del 25 novembre, dopo aver riportato gli eventi e ricordato gli elogi ottenuti da Mishima per Confessioni di una maschera, esprime una certa perplessità per le sue contraddizioni; secondo il parere di chi scrive infatti «può sembrare strano che un uomo della sua cultura e della sua sensibilità avesse tali debolezze (riferendosi al suo esibizionismo come fotomodello) e fosse un fanatico sciovinista».

La Stampa, edizione del 25/11/1970

Ma la riflessione forse più filosofica l'abbiamo trovata nell'articolo pubblicato il 26 novembre dal quotidiano democristiano Il Popolo, dal titolo "Il crisantemo, la spada e la democrazia"; L'autore riflette sul suicidio dello scrittore, attribuendolo principalmente a due circostanze. La prima, il suo essere antidemocratico, e quindi non accettare una visione basata sul rispetto della vita propria e altrui; la seconda, il fatto di essere giapponese, appartenendo quindi a una realtà dove il suicidio è socialmente accettato e, purtroppo, praticato.

Il Popolo, edizione del 26/11/1970

Dopo aver esaminato le opinioni dei cronisti dell'epoca ed esserci fatti un'idea sui fatti e i loro protagonisti, possiamo dire che il suicidio di Mishima, per quanto avesse sicuramente un fine politico, ci lascia con molti dubbi. Le sfaccettature del personaggio ci fanno pensare che egli fosse spinto anche da motivi più personali. Già, ma quali? Qualcuno ha scritto che il suo obiettivo era quello di entrare nella leggenda, e forse in questo c'è del vero. Una prova a favore potrebbe essere il messaggio di addio, su un biglietto ritrovato nel suo studio: "La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre". Mishima quindi sarebbe stato una sorta di esteta orientale che, dopo aver fatto un'opera d'arte della propria vita, volle fare lo stesso con la propria morte. Oppure no, forse furono i suoi conflitti interiori a portarlo al tragico gesto; le personalità contrapposte del timido intellettuale e del guerriero esibizionista, magari con opposte inclinazioni sessuali, non potevano più essere gestite, spingendolo ad autodistruggersi.

Articolo del Corriere d'informazione del 17/04/1972 che tratta della morte di Kawabata

Quali furono gli effetti del suo gesto nella società? Dal punto di vista politico, non vi fu nessun ritorno del militarismo; le forze armate giapponesi, ancor oggi, sono tra quelle con le regole d'ingaggio più rigide e restrittive per quanto riguarda le azioni di tipo offensivo. Dalla destra ultranazionalista, tanto in Giappone quanto all'estero, Yukio Mishima è considerato tuttora un eroe della lotta contro alla modernità. Chi forse subì maggiormente l'impatto dell'evento fu lo scrittore Yasunari Kawabata, premio nobel per la letteratura nel 1968. Kawabata era stato una sorta di mentore per Mishima ai suoi esordi. Tra i due c'era un rapporto reciproco di stima e rispetto, ed egli fu uno dei pochi invitati al funerale del collega, di cui lesse l'orazione funebre. Pur avendo dichiarato ufficialmente di non condividerne il gesto, si ipotizza che lo stesso Kawabata abbia commesso suicidio. Venne infatti trovato senza vita a casa sua, asfissiato dal gas fuoriuscito da un rubinetto lasciato aperto. Benchè familiari e parenti stretti abbiano sempre ritenuto il fatto un tragico incidente (non fu trovato alcun biglietto di addio), molti altri conoscenti riportano quanto fosse rimasto colpito dal gesto di Mishima, al punto da avere incubi per diverse notti di fila.

Quali che fossero le motivazioni per un gesto così estremo, ci sentiamo di portare rispetto verso un personaggio sicuramente controverso, ma che ha contribuito sensibilmente alla storia della letteratura arrivando a un passo dal Nobel. Consigliamo la lettura delle opere di Mishima con l'auspicio che possano arricchire il bagaglio culturale e far riflettere sulla complessità dell'essere umano nella sua interezza.


Fonti:

[1] Si sono consultati i seguenti archivi digitali: "La Stampa"(http://www.archiviolastampa.it/); L'Unità (https://archivio.unita.news/); Il Corriere della Sera (https://archivio.corriere.it). Per quanto riguarda gli altri quotidiani citati, ci si è rivolti all'archivio periodici della Biblioteca Sormani di Milano per effettuare una consultazione in sede.

[2] Lezioni spirituali per giovani samurai - Yukio Mishima EAN: 9788877106032