Dal punto di vista storico, gli anni '60 dello scorso secolo sono stati carichi di eventi importanti. Accanto ai più celebri, come le rivolte studentesche, la guerra del Vietnam o il primo uomo sulla Luna, ve ne furono altri che finirono presto nel dimenticatoio. Ma anche per questi ogni tanto arriva il momento della memoria; così è avvenuto per la stravagante storia dell'Ingegner Giorgio Rosa e della sua isola artificiale, che ambiva a diventare una nuova nazione. Recentemente infatti un film[1]  del regista Sydney Sibilia ripropone, in chiave romanzata e con alcune inesattezze, gli eventi dell'estate 1968.

Secondo lo stile che contraddistingue gli articoli storici de "Il Cibernetico", si sono effettuate delle ricerche negli archivi digitali dei periodici[2], per avere un'idea di come questa vicenda fu narrata a suo tempo, e di quali reazioni ebbe l'opinione pubblica. La realtà, seppur diversa dal cinema, non è meno interessante. Per raccontare questa storia non si può fare a meno di partire dal suo protagonista principale: Giorgio Rosa.

Classe 1925, bolognese, durante la guerra militò per breve tempo nelle forze della Repubblica Sociale Italiana; scelta compiuta da giovanissimo, non ebbe più contatti con la politica per il resto della sua vita. Nel 1950 si laureò in ingegneria all'Università di Bologna ed esercitò quindi la professione, svolgendo inoltre consulenze e insegnando. Personaggio dalla spiccata inventiva, nello svolgimento del suo lavoro dovette confrontarsi con le difficoltà poste dalla burocrazia e dalla legge italiana, a parer suo eccessivamente limitanti.

Giorgio Rosa all'epoca della vicenda

L'ingegnere, probabilmente, coltivò per lungo tempo l'idea di costruire una piattaforma al largo delle coste italiane. E' risaputo infatti dell'interesse che egli nutriva per le "Fortezze Maunsell", costruite al largo delle coste inglesi durante la seconda guerra mondiale; Nel corso degli anni '60 alcune fortezze, situate all'epoca in acque internazionali, furono occupate dalle stazioni radio pirata per poter trasmettere senza sottostare alla leggi britanniche. Una delle piattaforme si proclamò addirittura principato indipendente, sotto il nome di Sealand; questa vicenda, avvenuta nel 1967, forse ispirò all'Ingegner Rosa l'idea della creazione di uno stato indipendente.

Verso la fine degli anni '50 l'Ingegner Rosa costituì, assieme alla moglie Gabriella Chierici, la S.P.I.C. (società sperimentale per iniezioni di cemento), per valutare la fattibilità di una piattaforma in alto mare. Il progetto di Rosa prevedeva una struttura in tubi di acciaio cavi, da saldare assieme sulla terraferma e portare poi al largo sfruttandone le proprietà di galleggiamento; una volta nel luogo prescelto li si sarebbe affondati e ancorati, ultimando la costruzione tramite colate di cemento. Venne scelto per il posizionamento un punto a 11,5 km dalla costa riminese, appena al di fuori di quelle che (all'epoca) erano acque territoriali italiane. Dal 1958 al 1962 furono in effetti svolte delle valutazioni tecniche, e la struttura fu poi rimossa quando le autorità imposero di eliminare gli ostacoli alla navigazione.

I lavori ripresero nel 1964, dopo che Rosa ottenne gli opportuni permessi e finanziamenti. In questa prima fase l'ingegnere si mosse con le carte in regola, senza infrangere alcuna legge. I lavori proseguirono a rilento, ostacolati dalle condizioni del mare. Verso la fine del 1966 la Capitaneria di Porto chiese di rimuovere tutto, poichè la struttura occupava un'area in concessione all'ENI. Pochi mesi dopo anche la Polizia si interessò alla piattaforma, per valutare se effettivamente fosse un'attività di tipo sperimentale. Evidentemente già si sospettava che l'ingegnere volesse impiantare una struttura di tipo permanente. Da questo momento in poi tutte le attività svolte da Rosa si svolsero nell'illegalità.

L'isola delle Rose durante i lavori di costruzione

Questo comportamento da parte sua va inserito nel contesto storico; quelli erano gli anni dell'edilizia facile, in cui venivano compiuti ogni sorta di abusi che i tempi lunghi delle autorità non permettevano di bloccare. Rosa conosceva bene la lentezza della burocrazia e probabilmente contava di mettere le autorità davanti al fatto compiuto, rassicurato anche dal trovarsi al di fuori del territorio italiano. Il discorso dell'extraterritorialità è un aspetto importante della vicenda, poichè Rosa vi basava la legittimità delle proprie azioni. Si era consultato, tra gli altri, con il professor Angelo Piero Sereni, ottenendo un parere favorevole alla sua impresa. Per la giurisprudenza dell'epoca, le acque internazionali venivano infatti considerate "terra di nessuno"; tuttavia Rosa avrebbe dovuto conoscere meglio i cavilli del diritto marittimo.

In quegli anni si stava superando la concezione seicentesca della "terra di nessuno" e molti paesi, spinti dall'interesse per lo sfruttamento dei fondali marini, avevano provveduto a estendere le proprie acque territoriali, mentre la zona immediamente oltre il limite costituiva un area di competenza esclusiva per il paese più vicino, riguardo ai diritti di sfruttamento del fondale. La Convenzione di Montego Bay nel 1982 sancì tutto questo, stabilendo inoltre per tutti i paesi l'estensione delle acque territoriali fino a un massimo di 12 miglia nautiche (22,22 km) dalla costa. Il punto scelto da Rosa per la sua piattaforma si trovava quindi all'interno dell'area di competenza esclusiva italiana.

Nel corso del 1967 fu scoperta una falda di acqua dolce al di sotto dell'isola artificiale. Grazie a questo approvigionamento, sfruttato in maniera del tutto abusiva, fu possibile dotare l'isola di acqua utilizzabile per vari scopi. Nell'agosto dello stesso anno la struttura, denominata "Isola delle Rose" (forse dal cognome del suo ideatore), fu quindi aperta al pubblico. Subito si ebbe un certo traffico di natanti fra la costa italiana e l'installazione, che proseguì anche nella primavera successiva. Il primo maggio 1968, forse incoraggiato dall'afflusso di visitatori, Rosa proclamò l'indipendenza.

Articolo de La Stampa, 26 giugno 1968, che riporta la notizia dell'indipendenza dell'Isola delle Rose e della sua successiva occupazione da parte della polizia.

L'ingegnere assunse il titolo di Presidente del Consiglio, a capo di un governo formato da cinque dipartimenti, ciascuno di questi affidato a suoi parenti o amici. Il nuovo stato furono si dotò di stemma, bandiera e inno nazionale; come lingua ufficiale dell'isola fu scelto l'esperanto. Furono stampate poi delle serie di francobolli, divenuti ora ricercatissimi dai collezionisti. Anche se non fu emessa moneta, si pensò probabilmente di farlo, tant'è che i suddetti francobolli avevano il valore espresso in Mills (1 Mill era equivalente a 1 Lira Italiana). Il nome ufficiale del nuovo stato, in esperanto, fu inizialmente "Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj" per poi divenire "Esperanta Republiko de la Insulo de la Rozoj".

L'indipendenza fu resa pubblica soltanto il 24 giugno successivo, scatenando però la reazione immediata delle autorità italiane, che impedirono prima il traffico da e verso l'isola, e poi provvidero a occuparla. La vicenda comparve quindi sulle pagine dei giornali, dando il via alle voci incontrollate e ai titoli accattivanti per i lettori. Si parlava di numerosi misteri legati all'isola e alle sue presunte attività ostili allo stato italiano. Tuttavia l'unico vero mistero, ancora oggi irrisolto, riguarda l'identità dei finanziatori di Rosa.

Dal canto suo l'opinione pubblica scelse, per così dire, di seguire la storia da vicino; si era infatti in piena estate e dalla riviera romagnola decine e decine di turisti vennero a vedere l'isola, seppur trattenuti a 200 metri di distanza dalle motovedette della Polizia. Il periodo di massima celebrità del progetto di Giorgio Rosa lo si ebbe, paradossalmente, proprio a seguito della sua occupazione. Per chi trascorreva le vacanze estive sulla riviera nel 1968, l'isola artificiale, con tutta la sua vicenda, costituiva un'attrazione in piena regola e alcuni operatori turistici si organizzarono per trasportare i visitatori al largo, mostrando loro la struttura e il presidio messo in atto dalle autorità.

Articolo de L'Unità, 7 luglio 1968; l'autore ironizza a propositò della celebrità ottenuta dall'isola proprio con l'intervento delle autorità

Giorgio Rosa reagì all'occupazione dell'isola accusando lo stato italiano di aggressione. Ad agosto la S.P.I.C. ricevette una notifica dal Ministero della Marina Mercantile, in cui veniva richiesta la demolizione della struttura, avvertendo che altrimenti la si sarebbe attuata d'ufficio. Rosa fece ricorso al Consiglio di Stato, il quale però in capo a un mese lo respinse in seconda udienza; dietro consiglio dei suoi avvocati, l'ingegnere perorò quindi la sua causa presso politici e giuristi, senza tuttavia ottenere un vero sostegno. Infine l'isola venne demolita fra febbraio e aprile dell'anno successivo, con grande dispiacere per gli operatori turistici romagnoli.

Quali erano le vere intenzioni dell'Ingegner Rosa? Sull'isola gravavano sospetti a dir poco fantasiosi; qualcuno ipotizzava lo svolgimento di attività a favore di una potenza straniera (si parlava dell'Albania comunista), o che la piattaforma potesse diventare un centro del contrabbando internazionale. Altri parlavano dell'apertura di una casa da gioco o di un bordello, tutte cose che Rosa smentì categoricamente. Appare chiaro che molti di questi sospetti fossero fin da subito privi di fondamento, tuttavia i media dell'epoca li riportarono per rendere le notizie più sensazionali.

In realtà le intenzioni del progettista erano chiare; la piattaforma doveva diventare un centro turistico in alto mare, non sottoposto alla normativa fiscale italiana. Il progetto si inquadrava perfettamente nello sviluppo di Rimini e della riviera romagnola tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60. La costruzione, una volta ultimata, avrebbe avuto cinque piani, ospitando un albergo, un bar, negozi e altro ancora. L'area di edificazione, sebbene al di fuori delle acque italiane, consentiva di raggiungerla facilmente con le imbarcazioni da diporto. Insomma, l'Isola delle Rose era una grande scommessa imprenditoriale, con le potenzialità per generare soldi su soldi.

Francobollo dell'Isola delle Rose. Nati probabilmente come souvenir turistici, questi francobolli hanno raggiunto attualmente quotazioni impressionanti.

In tempi recenti si tende a considerare l'Isola delle Rose, ignorando i fatti storici, come una sorta di utopia sessantottina. E' questa l'immagine che ne da anche il film di Sibilia; si tratta però di una forzatura. Giorgio Rosa non nutrì mai alcun interesse per le "comuni" che stavano sorgendo in quegli anni. Casomai l'unico suo sogno utopico, accomunato in questo a molti altri italiani, era quello di sfuggire al fisco e alla burocrazia. Lo affermava lui stesso nelle interviste, pertanto gli si deve credere sulla parola.

Speciale del TG2 in cui viene intervistato Giorgio Rosa

L'isola in cemento e acciaio al largo della riviera romagnola, dopo la sua distruzione, fu dimenticata in fretta. Rosa condusse una vita riservata, senza prendere parte ad altri progetti eclatanti; raccontò la vicenda dal suo punto di vista in un libro[3], pubblicato nel 2009. Prima della sua morte, avvenuta nel 2017, fece però in tempo ad assistere al processo di rivalutazione della sua opera in chiave utopica, di cui un esempio è fornito dall romanzo di Walter Veltroni[4] , dove la vicenda viene liberamente reinterpretata dall'autore. A volte il tempo è generoso, e l'idea di Giorgio Rosa viene ora riproposta da alcuni imprenditori di internet, fautori di nuove società ideali al di fuori dalle giurisdizioni statali, libere dalle tasse e collegate attraverso la rete.


[1] L'incredibile storia dell'Isola delle Rose, diretto da Sydney Sibilia (2020, Italia) distribuito da Netflix.

[2] si è usufruito dei seguenti archivi digitali: La Stampa (http://www.archiviolastampa.it/); L'Unità (https://archivio.unita.news/).

[3] Rosa G., L'Isola delle Rose, Persiani Editore, 2009

[4] Veltroni W., L'isola e le rose, Rizzoli, 2012