La maggior parte delle persone non distingue tra conoscenza e stregoneria. Per costoro, le lettere e la scrittura sono simboli misteriosi da venerare o temere. Ma per me è diverso: fin dalla più tenera età ho avuto confidenza con la parola scritta e ho imparato a comprendere e ad amare questo dono divino.
Mi chiamo Ulrico e vengo da Ratisbona. Figlio secondogenito di un nobile cavaliere, fui destinato alla vita ecclesiastica fin dalla gioventù. Ma prendere i voti non mi fu un peso, perché ebbi il privilegio di imparare a leggere e a scrivere, e di accedere ai luoghi in cui viene custodito tutto il sapere della cristianità: le biblioteche abbaziali.
In una di queste, tuttavia, compresi come la conoscenza possa avere un peso tale da distruggere l’anima di un uomo.
Accadde alla soglia dei miei trent’anni, mentre mi recavo a Roma in pellegrinaggio; nel passare un valico montano, il mio gruppo di pellegrini fu colpito da una grave sventura: una frana ci travolse! Alcuni compagni morirono, altri, tra cui me, riportarono ferite tali da non poter più camminare. Per fortuna accorsero presto dei pastori del luogo, che avevano assistito alla catastrofe. Essendovi nelle vicinanze un’abbazia, nota per le conoscenze mediche dei suoi monaci, fummo portati lì per avere sollievo dalle nostre ferite e poter riprendere il cammino.
I primi giorni di permanenza furono tediosi, essendo quasi impossibilitato a muovermi. Poi, mentre le forze mi ritornavano gradualmente, potetti riprendere a camminare con l’ausilio di un bastone. Allora la mia convalescenza fu decisamente più gradevole, potendo partecipare alle attività dei confratelli. Mi potei recare allo scriptorium dell’abbazia, dove mi fu possibile ammirare il lavoro dei copisti.
Chi non apprezza le lettere non può capire quanto possano essere splendide le parole quando vengono impresse sulla pergamena. Tra i monaci dediti a questa attività si annoveravano degli autentici artisti della miniatura, e nell’ammirare i loro capolavori spesso mi perdevo a scoprire ogni volta nuove raffigurazioni nascoste nelle lettere iniziali, o ai bordi delle pagine. E così approfittai della mia permanenza forzata per recarmi ogni giorno nello scriptorium ad ammirare e leggere alcuni dei volumi a cui i confratelli stavano lavorando.
Nel cercare una pagina, dove il giorno prima avevo adocchiato delle miniature bellissime, mi accorsi delle lettere rosse. Si potevano scorrere pagine e pagine senza trovarne nessuna, e poi, all’improvviso, eccone spuntarne una. Le si poteva trovare in un codice, mentre in altri erano assenti. Mano a mano che ne trovavo, col passare dei giorni, la mia curiosità aumentava: trovavo strano che qualcuno vergasse pagine e pagine con l’inchiostro nero per poi, senza alcun motivo apparente, usasse il rosso per una sola lettera. Fui tentato di domandare a qualcuno dei confratelli, ma mi trattenni: qualora vi fosse stato uno scopo dietro a questo insolito modo di scrivere, forse non era una buona idea far capire che me ne ero accorto. Oltretutto, mi pareva che la mia presenza nello scriptorium, che inizialmente aveva suscitato un po’ di curiosità, ora non fosse molto gradita.
Forse era solo una mia impressione, ma sembrava che i confratelli mi osservassero e, ogni tanto, bisbigliassero tra loro sul mio conto…
Una notte non riuscii a dormire, arrovellandomi dietro a questo mistero. Mi proposi di annotare tutte le lettere rosse presenti in un libro, per capire se formassero un qualche tipo di messaggio nascosto. Era ovviamente una cosa che richiedeva tempo, e non sarebbe stata una buona idea farla davanti allo sguardo di altri monaci. Oltretutto, i volumi che si potevano trovare nello scriptorium cambiavano di giorno in giorno a seconda del lavoro dei copisti. Pertanto, mi sarebbe stato necessario prelevare il volume direttamente dalla biblioteca, alla quale avevano accesso solo il bibliotecario, frate Anselmo, e l’aiuto bibliotecario, frate Tommaso.
Al termine della giornata, quando tutti i monaci si recavano all’ultima funzione, per poi tornare alle loro celle, Anselmo chiudeva le porte dello scriptorium e della biblioteca, delle quali solo lui e il suo aiutante avevano le chiavi. Avevo avuto poche occasioni di scambiare qualche parola con il bibliotecario, nei primi giorni in cui avevo visitato lo scriptorium: Per lui, la responsabilità di quel serbatoio di conoscenza era paragonabile a un tizzone ardente per le mani, ed era sempre attento a non bruciarsi. Una volta lo avevo udito affermare che se non vi fossero stati così tanti libri, vi sarebbero stati molti meno eretici. La mia idea sembrava destinata a non realizzarsi…
Eppure, la volontà di Dio è imperscrutabile, e l’occasione di mettere in atto il mio piano si presentò quando l’aiuto bibliotecario si ammalò e fu costretto a letto. Visto che ormai riuscivo a camminare meglio, mi offrì di portargli acqua e cibo nella sua cella, nella quale immaginavo fossero custodite le chiavi. Tommaso soffriva di dolori al ventre e, durante una delle mie visite, fu costretto a lasciare la cella per correre alla latrina. Ne approfittai per rovistare tra le sue cose, trovando le chiavi.
Quella stessa notte, mentre tutti i confratelli erano nelle loro celle, io lasciai la mia per recarmi allo scriptorium, e quindi nella biblioteca. Quando ebbi modo di vedere la vastità della stessa, quasi desistetti dall’impresa: come avrei potuto trovare anche un solo volume con le lettere in rosso fra tutti quelli? Cercai a tentoni, estrassi un libro dal suo scaffale, scoprendo che era scritto in greco. Gli altri volumi nelle vicinanze sembravano essere tutti scritti nella medesima lingua, pertanto provai a cercare uno scaffale con testi latini, poiché nello scriptorium avevo visto solo testi in latino con le lettere rosse. Mentre proseguivo le mie ricerche, ogni minimo scricchiolio mi faceva rabbrividire. Infine, dopo essere stato più volte sul punto di abbandonare l’impresa, trovai un testo con le lettere rosse. Dopo aver preso nota della sua posizione, per poterlo rimettere a posto in seguito, lasciai la biblioteca, chiudendo le porte a chiave, e tornando alla mia cella.
Passai la notte a cercare le pagine febbrilmente, prendendo nota di ogni lettera che trovavo. Infine ebbi una sequenza di diciotto lettere, che non significavano assolutamente nulla. Deluso e stanco, maledissi la mia curiosità. Rischiavo di mettermi nei guai solo per un capriccio. Eppure, non poteva essere così: le lettere rosse dovevano essere state disposte in quei testi con un motivo!
Stanco e tormentato, mi recai alle lodi, tirando un sospiro di sollievo nel vedere che Tommaso non vi attendeva: evidentemente era ancora indisposto. Dovevo approfittare della situazione per rimettere a posto libro e chiavi, anche se la mia mente continuava a gridare che c’era ancora molto da indagare. Nel portare da mangiare a Tommaso, vidi che era ancora pallido, anche se stava un po' meglio. Gli raccomandai di rifocillarsi e di rimettersi in forze, mentre mi chiedevo cosa sarebbe successo se egli avesse deciso di cercare le chiavi…
Quando ebbi tempo per stare nella mia cella, ripresi in mano il volume. Nell’ultima pagina, notai che il copista aveva scritto in rosso la data in cui il suo lavoro era terminato. Mi chiesi se, essendo del medesimo colore, quella data fosse correlata con le lettere misteriose.
Mi ricordai di una storia che mi era stata raccontata molto tempo prima: un mercante, per comunicare col suo socio in affari in modo sicuro, utilizzava una scrittura speciale. I messaggi non avevano alcun senso, a meno che non si conoscesse un numero, indicante le posizioni dell’alfabeto con cui ogni lettera doveva essere sostituita… I due mercanti si scambiavano preventivamente un numero, per esempio 3, che costituiva la chiave; lo stesso era accompagnato anche da un segno, indicante il verso dello spostamento. Quindi, una volta che uno dei due riceveva un messaggio dall’altro, in cui alcune parole, o tutte, non avevano senso, gli bastava sostituire di tre posizioni alfabetiche (verso destra o sinistra, a seconda del segno) le lettere misteriose, per ricostruire intere parole o frasi. Il mercante che scriveva il messaggio, per poterlo occultare, doveva spostare dello stesso numero di posizioni le lettere in chiaro, ma nel senso contrario a quello della chiave.
La data indicata nel testo era il 9 di aprile dell’anno 1321. Per istinto, sommai i numeri che costituivano la data, sostituendo il mese di aprile col numero 4, e ottenni 20; non avendo idea del verso dello spostamento, provai per tentativi, spostando quindi a sinistra nell’alfabeto le lettere rosse trovate di venti posizioni, e ottenni una frase:
IOHANNES OCCISVS EST
Chiusi di colpo il libro, con un brivido lungo la schiena: non solo le lettere rosse avevano un significato, ma nascondevano un terribile segreto, del quale ora ero venuto parzialmente a conoscenza! Chi era Giovanni? Perché era stato ucciso e dove?
Un timore più terribile mi attanagliò: se qualcuno fosse venuto a conoscenza del libro che avevo sottratto alla biblioteca, avrebbe presto capito che avevo scoperto il codice. E chissà quali altri messaggi erano nascosti tra le pagine degli altri libri!
Quella notte, riportai il manoscritto alla biblioteca, togliendomi un peso; ma il mattino dopo vidi che alle lodi era presente Tommaso. Evidentemente stava meglio ed era pronto a riprendere le sue mansioni. Non avevo più tempo!
Al termine della funzione decisi di seguirlo nel chiostro, dove egli si incontrò con frate Anselmo. Nascosto dietro una colonna, cercavo di carpire il loro discorso:
“Fratello, i tuoi doveri impongono di custodire le chiavi della biblioteca, e di non permettere l’accesso a estranei. La dimenticanza e la negligenza non si accompagnano bene a questa mansione!” Anselmo stava redarguendo Tommaso.
“Ma le ho messe al solito posto nella mia cella, proprio la sera prima di sentirmi male!” - Protestò Tommaso – “Poi non mi sono mosso da lì”.
Allora Anselmo domandò una cosa che mi fece tremare: “Hai ricevuto visite in questi due giorni?”
“E’ venuto solo quel confratello tedesco, Ulrico, a portarmi da bere e mangiare!”
“Quel Ulrico è un gran curiosone; ho visto come si soffermava a guardare i libri, pagina per pagina. Forse voleva intrufolarsi nella biblioteca. A questo punto, forse, tanto vale dirglielo…Va bene, non parlare con nessuno delle chiavi… Dove si trova Ulrico adesso?
Se mi avessero trovato lì sarebbe stata un’ammissione di colpa. Allora rimasi nascosto mentre i due si allontanavano, diretti alla mia ricerca. Quando furono lontani, decisi di liberarmi del fardello delle chiavi, gettandole nel pozzo che si trovava al centro del chiostro.
Poi mi incamminai, tornando verso la mia cella e preparandomi a un confronto col bibliotecario.
Trovai frate Anselmo intento a bussare alla porta della mia cella; con l’espressione più innocua che potei lo chiamai.
“Ah, fratello Ulrico, vi stavo cercando.”
“In cosa posso aiutarvi?” - chiedetti, fingendo di essere sorpreso – “la mia gamba è ancora un po’ malferma ma penso di poter riuscire a svolgere la maggior parte delle mansioni”.
“Fratello, non vi chiederò di aiutarci nei lavori più pesanti, quel che mi serve è la vostra conoscenza dei testi. Vi andrebbe di dare un’occhiata alla nostra biblioteca?”
Fui enormemente sorpreso dalla richiesta, dopo aver ascoltato il dialogo tra Anselmo e Tommaso. Qualcosa non tornava.
“Ne sarei davvero contento, da quel poco che ho visto nello scriptorium, la vostra biblioteca sembra essere ricca di testi pregevoli!”
“Lo è, infatti. Ma c’è una questione che vorrei discutere con voi.”
Mi fece cenno di seguirlo e mi portò proprio nella biblioteca. Dovetti fingere di non conoscere gli ambienti, per non insospettirlo. Trasse un grosso codice da uno scaffale e me lo mostrò: la pagina presentava una lettera in rosso.
“Notate nulla di strano?”
Volevo mentire, ma sospettavo che il bibliotecario avesse già capito che mi ero accorto di quelle lettere.
“In questi giorni, nel visionare i testi presenti nello scriptorium, mi sono imbattuto in questa stranezza: ci sono delle lettere rosse sparse fra le pagine, senza alcuna logica apparente.”
“Bene, vedo che non vi manca lo spirito di osservazione. In realtà questo è un mistero che va avanti da alcuni anni, già da prima che diventassi bibliotecario, sostituendo il nostro compianto fratello Giovanni”.
Un brivido mi percorse la schiena: era forse il Giovanni di cui parlava il messaggio cifrato?
“Non sappiamo chi sia il confratello che ha disseminato lettere rosse fra i testi, e ignoriamo il motivo per cui lo faccia. Non sappiamo neppure quali e quanti testi nascondano tali lettere, ne quale sia il loro scopo. Ma forse voi potete aiutarci, sappiamo che godete della fama di uomo sapiente e conoscete bene i segreti della parola scritta.”
“Se posso aiutarvi in qualche modo, lo farò volentieri. Ma ditemi, cosa volete che faccia esattamente?
“Vi chiedo di rovistare i testi, e cercare di comprendere se le lettere rosse nascondano un qualche tipo di messaggio. Potete iniziare da questo codice” - disse consegnandomi il pesante tomo - “ vi procurerò una copia della chiave per accedere alla biblioteca e cercare altri testi con le lettere rosse. Se scoprite qualcosa, avvisatemi prima di parlarne con chiunque altro. Posso fidarmi di voi?”.
“Avete la mia parola. Ma vorrei domandarvi ancora una cosa: avete detto che le lettere rosse sono comparse da alcuni anni. C’è stato un momento preciso in cui hanno iniziato ad apparire? I monaci addetti alla copiatura sono cambiati nel corsi di quel periodo?”.
“Credetemi, non è così semplice. Ci ho pensato anch’io, basterebbe risalire al monaco autore delle lettere per chiedere direttamente a lui lo scopo delle stesse. Ma nel corso degli anni l’unico cambiamento è stato la scomparsa di Giovanni, e a lui purtroppo non possiamo domandare più nulla. Tutti gli altri monaci addetti alla scrittura sono rimasti al loro posto. Se volete il mio modesto parere, non è detto che l’autore delle lettere sia una sola persona… e proprio per questo non dovrete parlare con nessuno della vostra indagine.”
La storia stava prendendo una piega inaspettata: temevo che Anselmo mi accusasse per la mia infrazione, ma a quanto pareva, l’abbazia aveva ben altri problemi da risolvere… Il bibliotecario era a conoscenza del mistero, ma non aveva idea del motivo per cui erano presenti le lettere rosse. A questo punto, avendo già scoperto come funzionava la scrittura segreta, non vedevo l’ora di provare a decifrare i messaggi contenuti negli altri libri, a cominciare da grosso volume che mi aveva dato Anselmo.
Mi misi al lavoro immediatamente, riuscendo a decifrare un altro messaggio:
DIABOLUS ABBATIAM DOMUM SUAM FECIT
Questo messaggio non diceva molto, ma del resto se Giovanni era stato ucciso, non sorprende che il diavolo avesse messo lo zampino in abbazia…
Prima di mostrare ad Anselmo come funzionavano i messaggi segreti, volevo fingere di arrovellarmi un po’, e magari vedere cosa c’era negli altri libri.
Dopo alcuni giorni, all'uscita dal refettorio, Anselmo mi chiamò: aveva finalmente la copia delle chiavi. Nel consegnarmele mi ripetette le raccomandazioni che mi aveva già fatto, chiedendomi poi se fossi riuscito a trarre qualcosa dal libro che mi aveva lasciato. Risposi che non ero ancora riuscito a decifrare nulla, ma che avevo in mente diversi metodi con cui fare altri tentativi.
Mentre parlavamo notai però che alcuni monaci ci stavano osservando, e la cosa non mi piacque.
Tornando nella mia cella, mi convinsi che sarebbe stato meglio accedere alla biblioteca senza essere visto da altri monaci. Non sapevo chi fosse l'autore dei messaggi in codice, ma sospettavo che qualcuno in abbazia non amasse la mia curiosità. Allora forse sarebbe stato meglio recarmi alla biblioteca di notte, come avevo fatto la prima volta.
Quella stessa notte decisi di cercare altri libri. Grazie alle chiavi entrai nello scriptorium, dirigendomi verso l'ingresso della biblioteca; tuttavia, la mia attenzione venne colpita da una candela accesa in uno dei banchi dei copisti. Qualcuno stava lavorando lì! Di sicuro, sentendomi entrare, era corso a nascondersi.
C'è qualcuno? - gridai, ma nessuno rispose.
Mi avvicinai al banco, dove la luce della candela illuminava un tomo aperto su una pagina in fase di copiatura; vi erano poi due calamai, uno d'inchiostro nero e l'altro rosso, e il volume riportava alcune delle lettere rosse che ormai conoscevo bene. Ritenni prudente tornare in cella, e riferire all'indomani ad Anselmo quello che avevo visto.
Il mattino seguente mi recai alle lodi. Anselmo, stranamente, non si fece vedere. Finita la funzione chiesi a Tommaso dove fosse il suo superiore, impaziente di raccontargli cosa era successo quella notte; ma anche l'aiuto bibliotecario non sapeva dove trovarlo. Un terribile pensiero si fece strada nella mia mente, ma provai a scacciarlo. Eppure, più passavano le ore, più l’assenza del bibliotecario si faceva sempre più misteriosa.
Fu soltanto all’ora terza che venne trovato: il suo corpo si trovava al di fuori delle mura dell’abbazia, alla base di una torre, con la testa sfracellata. Probabilmente, dissero, si era sporto troppo dagli spalti ed era caduto. Si, dissero, era stato un brutto incidente.
Nei giorni successivi non ebbi più il coraggio di entrare nella biblioteca. Ero terrorizzato e ogni sguardo da parte di un confratello mi faceva rabbrividire, non sapendo di chi potevo fidarmi e di chi no. La mia coscienza poi mi accusava: se non avessi voluto seguire la mia curiosità, forse Anselmo non sarebbe morto. Non avevo dubbi che fosse stato ucciso, e temevo di fare presto la sua stessa fine se fossi rimasto lì a continuare la mia indagine.
Quando un gruppo di pellegrini fece sosta nell'abbazia, colsi l'occasione per unirmi a loro e lasciare quel luogo di sventura, riprendendo il pellegrinaggio per Roma.
Il mistero delle lettere rosse rimase a tormentarmi la mente per tutti gli anni successivi; è da allora che persi gran parte dell'amore che avevo per la parola scritta, comprendendo che questa, oltre a trasmettere la conoscenza, poteva anche occultare segreti diabolici.
Tra le forme più antiche di occultamento di un testo vi è la steganografia, ovvero il nascondere il messaggio segreto all'interno di un testo in chiaro.
Nel racconto di fantasia che avete appena letto, questa si abbina a un semplice cifrario monoalfabetico, con chiave nascosta all'interno del testo medesimo.
Possiamo solo immaginare quale segreto si nasconda dietro alle lettere rosse, che hanno messo in crisi il povero Ulrico; ma è risaputo che le abbazie medievali, oltre che luoghi di fede e di cultura, erano anche nodi importanti per lo scambio di informazioni, lecite o meno. Congiure politiche, lotte di successione, rivalità tra ecclesiastici, eresie e molte altre cose passavano per questi luoghi. Questo perché tra i monaci, oltre ad annoverarsi abili copisti, potevano anche trovarsi ingegnosi creatori di sistemi per comunicare in modo sicuro.
La steganografia può essere attuata in molti altri modi, per esempio tramite inchiostri speciali che diventano visibili solo quando esposti uno specifico reagente. Uno dei testi più significativi che ne parla, risalente al 1499, è "Steganographia", scritto da Tritemio (pseudonimo di Johann Heidenberg, 1462-1516), esoterista, umanista e abate benedettino tedesco. Il libro, anch'esso una vera e propria opera di occultamento, tratta dell'arte di scrivere con linguaggi "magici"; per questo, venne considerato erroneamente un trattato sulla stregoneria e messo al bando!
La steganografia esiste ancora oggi, in ambito informatico: un messaggio segreto può essere nascosto all'interno di un file che non desta sospetti, ad esempio un'immagine, modificando alcuni dei pixel che la compongono, senza provocare differenze visibili all'occhio umano.
La normativa ISO-IEC 27001, e le relative linee guida ISO-IEC 27002, pur non parlando specificatamente di steganografia, la affrontano in modo trasversale come rischio per la sicurezza, attraverso tre direttrici principali:
1. Controllo degli accessi e classificazione delle informazioni: Poiché la steganografia può essere utilizzata per l'esfiltrazione non autorizzata di dati, la norma richiede l'adozione di rigide politiche di Classificazione delle informazioni (Controllo 5.12). Per limitare quali utenti e software possono manipolare file sensibili, impone di definire regole per il Controllo degli accessi (Controllo 5.15), applicando il principio del "minimo privilegio" (PoLP) attraverso la Limitazione degli accessi alle informazioni (Controllo 8.3) e una rigorosa gestione dei Diritti di accesso privilegiato (Controllo 8.2).
2. Prevenzione del Data Leakage (DLP) e Antimalware: La steganografia è una tecnica impiegata dal cybercrime per nascondere comandi malevoli all'interno di file immagine o audio apparentemente innocui (es. per eludere i controlli perimetrali). Per farvi fronte, la ISO richiede l'implementazione della Protezione dal malware (Controllo 8.7) e misure di Prevenzione di leakage delle informazioni per bloccare estrazioni non autorizzate (Controllo 8.12). Inoltre, impone lo svolgimento continuo di Attività di monitoraggio per rilevare tempestivamente comportamenti anomali su reti e sistemi (Controllo 8.16).
3. Crittografia e Trasporto dei Dati: La steganografia viene spesso abbinata alla crittografia per nascondere non solo il contenuto, ma l'esistenza stessa della comunicazione. A tal proposito, la normativa regola e richiede una precisa politica per l'Uso della crittografia (Controllo 8.24), affiancata da procedure rigorose per tutelare i dati durante il Trasferimento delle informazioni, sia all'interno dell'organizzazione che verso l'esterno (Controllo 5.14).
La vulnerabilità della cifratura per sostituzione all'analisi delle frequenze
Quando la steganografia viene abbinata a tecniche crittografiche elementari, come la cifratura per sostituzione monoalfabetica, il livello di protezione offerto risulta soltanto apparente. In un cifrario a sostituzione ogni lettera del testo in chiaro viene sostituita in modo fisso e univoco con un altro simbolo: la stessa lettera produce sempre lo stesso carattere cifrato lungo tutto il messaggio. Proprio questa corrispondenza costante rappresenta il punto debole del metodo.
Ogni lingua naturale presenta infatti una distribuzione statistica caratteristica delle lettere: in italiano, ad esempio, le vocali «e» e «a» e le consonanti «m» e «n» ricorrono con frequenza nettamente superiore rispetto a lettere come «q» o «z». Poiché la sostituzione monoalfabetica non altera la frequenza con cui i simboli compaiono, ma si limita a rinominarli, il crittoanalista può contare quante volte ciascun simbolo cifrato appare nel testo e confrontare tale distribuzione con le frequenze note della lingua presunta. Il simbolo più ricorrente sarà con ogni probabilità la sostituzione della «e», il successivo quella della «a», e così via. Analizzando poi le coppie di lettere (digrammi) e le parole più brevi, l'attaccante ricostruisce progressivamente l'intera tabella di sostituzione, fino a decifrare il messaggio senza disporre della chiave.
Questa tecnica, nota come analisi delle frequenze, dimostra che la sola sostituzione non garantisce riservatezza: da qui la necessità, ribadita anche dal Controllo 8.24 della ISO/IEC 27001, di adottare algoritmi crittografici robusti e validati, in grado di appiattire le regolarità statistiche del testo in chiaro e di resistere ad attacchi di questo tipo.
