Lo sconto
Mi chiamo Nestore Amaranti e ho centoquindici anni. Il medico giovane che passa il martedì dice che sono un caso di studio; io gli rispondo che sono un caso e basta. Ride sempre; è un bravo ragazzo.
Sono nato nel 1911. Quando avevo sette anni caddi da un muretto dietro casa e mi ruppi un braccio: una brutta frattura. Mi portarono all'ospedale in città e, visto che c'erano da fare controlli, rimasi per quasi due mesi da una zia che abitava lì vicino. Ricordo ancora l'odore del brodo che faceva la sera e il rumore del tram sotto le finestre.
Quando tornai al paese sembrava tutto uguale, ma non lo era: la spagnola era passata dappertutto. In certe case aveva lasciato il vuoto. Nella nostra erano stati tutti a letto per settimane, ma nessuno era morto; mia madre diceva che era stata la Madonna. Io, per tanti anni, ho raccontato quella caduta come la disgrazia più grossa della mia infanzia. Adesso non so più se fosse davvero una disgrazia.
Nel quaranta, quando scoppiò la guerra, fui richiamato. Alla visita militare, il medico mi ascoltò il petto una volta, poi un'altra. Chiamò perfino un collega. Alla fine scrissero che avevo un soffio al cuore, e venni riformato.
Io mi sentivo benissimo. Protestai anche, perché allora restare a casa faceva vergogna. Gli altri partirono; parecchi finirono in Russia. Del mio paese ne tornarono due. Dopo la guerra avrò fatto almeno dieci visite mediche, forse di più. Nessuno mi trovò più quel famoso soffio. Un dottore scherzò dicendo che il medico militare doveva avere alzato il gomito. Io sorrisi per educazione, ma quella battuta non mi è mai piaciuta.
Nel 1956 avevo quarantacinque anni, una moglie, una bambina e uno stipendio che sembrava finire prima del mese. Come tanti, firmai per andare a lavorare in miniera in Belgio, a Marcinelle.
La partenza era fissata per i primi di agosto, poi saltò tutto per una sciocchezza: un certificato aveva un timbro sbagliato. Mi dissero di aspettare settembre; l'8 agosto la miniera prese fuoco.
Per qualche giorno continuai a pensare che sarei partito lo stesso. Uno si ostina anche davanti all'evidenza. Poi cominciarono a uscire i nomi: centotrentasei italiani.
Quel certificato ce l'ho ancora. È piegato in quattro, in fondo a un cassetto. La carta ormai è ingiallita. Ogni tanto mi capita di prenderlo in mano, senza un motivo preciso.
Mia moglie si chiamava Ada. Lei, invece, non ha avuto nessun timbro sbagliato. Se n'è andata nel gennaio dell'ottantacinque, ed è questa la cosa che non mi è mai tornata. A me tutti quegli incastri, quei ritardi, quelle coincidenze. A lei niente. Il prete diceva che i disegni del Signore non si discutono. Io non discutevo. Però, dentro di me, i conti continuavano a non tornare.
Dopo che morì passai mesi brutti; una sera di novembre avevo deciso una cosa dalla quale non si torna indietro. Non vale la pena raccontarla. Dico solo che, proprio allora, suonò il campanello: era il vicino del terzo piano. Era saltata la corrente sul pianerottolo e cercava qualcuno che capisse qualcosa di contatori e fusibili; ci persi dietro una mezz'ora buona. Quando rientrai in casa mi sedetti in cucina. La decisione che avevo preso mi sembrò improvvisamente lontana. Da allora non mi è più tornata quella voglia.
Anni prima, nel 1971, c'era stata un'altra storia, ricevetti una lettera dell'ospedale, c'era una diagnosi che, ai tempi, la gente faceva fatica perfino a nominare.
Per ventidue giorni vissi come uno che aspetta una sentenza: sistemai i documenti, scrissi una lettera a mia figlia con cose che non le avevo mai detto guardandola negli occhi e presi l'abitudine di uscire a camminare la mattina presto, quando il paese era ancora mezzo addormentato. Il ventitreesimo giorno telefonarono dicendo che avevano scambiato due cartelle cliniche: c'era un certo Amaranto. Cognome simile.
Uscii senza sapere bene dove andare. Mi comprai un gelato, benché fosse mattina. Da allora quella passeggiata non l'ho più lasciata. La lettera che scrissi a mia figlia, invece, lei la conserva ancora.
Potrei continuare: c'è stato un pullman perso nel 1980; una caldaia che si spense da sola una notte d'inverno; un motorino che mi prese in pieno quando avevo più di novant'anni e mi lasciò addosso soltanto un livido e qualche presa in giro da parte dei miei nipoti.
Lo so anch'io che, raccontate così, sembrano storie fatte apposta.
E forse una spiegazione c'è. Chi arriva a cent'anni è perché, in un modo o nell'altro, tutti i guai peggiori li ha evitati. Altrimenti non sarebbe qui a raccontarli. Questa cosa me la ripeto da tanto tempo e, quasi sempre, mi basta. Quasi.
Poi apro quel cassetto. Vedo quel certificato con il timbro sbagliato. E allora ricomincio a pensarci.
Non sono mai stato uno che crede molto ai santi. Nemmeno alla fortuna.
Però, se dopo centoquindici anni mi chiedono che effetto fa essere ancora qui, la risposta è questa: mi sembra di aver ricevuto uno sconto che non avevo chiesto.
Non sulla vecchiaia. Quella l'ho pagata tutta. Le ginocchia, gli amici che se ne vanno, le notti in cui non dormi, gli occhiali sempre più spessi. Tutto.
Lo sconto, semmai, è stato sugli sbagli. Come se, ogni volta che stava per succedere qualcosa, qualcuno dicesse: "No, non ancora".
Adesso il medico giovane dice che il cuore è stanco. Che alla mia età il corpo si spegne da solo, come una candela quando finisce la cera.
Stavolta gli credo. È la prima diagnosi della mia vita che mi torna. Questa sera mi viene sonno presto. E, a dire la verità, non mi dispiace.
La fisica dietro Nestore
La vita di Nestore è inventata, ma la domanda che si porta dietro no. Chi è quel "qualcuno" che ogni volta dice no, non ancora? Un uomo del 1911 avrebbe risposto la Madonna, o il destino. La risposta più strana di tutte, però, arriva dalla fisica: forse nessuno. Forse è solo il modo in cui funziona il tempo.
Partiamo dall'inizio. Nel 1957 un giovane fisico, Hugh Everett, propose un'idea che divide gli scienziati ancora oggi: quando un evento può andare in due modi, non ne succede uno solo. Succedono entrambi, in due rami diversi della realtà, e noi ne vediamo uno perché ci troviamo lì. Da qui qualcuno ha tirato una conclusione curiosa: se in ogni ramo in cui muoio non resta nessuno a raccontare, e in almeno un ramo sopravvivo, allora non vivrò mai il momento della mia morte. Ci sarà sempre una versione di me che si sveglia il giorno dopo. È il cosiddetto "suicidio quantistico", un esperimento mentale degli anni '80 reso famoso dal fisico Max Tegmark nel 1998. E non è un giochino da forum: ancora nel 2025 le riviste scientifiche pubblicano articoli di fisici divisi tra chi prende sul serio questa "immortalità" e chi la considera un abbaglio.
C'è però un'obiezione semplice: se sopravvivessimo sempre, saremmo circondati da gente di 130 anni. E c'è un rovescio anche peggiore: sopravvivere sempre non vuol dire sopravvivere bene, vuol dire finire ogni volta nel ramo in cui sei vivo comunque, cioè sempre più malridotto. Un'eternità da ricoverato.
La storia di Nestore prova un'altra strada: il filtro non lavora sul singolo momento, ma sulla vita intera. Non "mi salvo ogni volta", ma "la mia strada è una di quelle che arrivano fino in fondo, dove il corpo si spegne da solo". Così i conti tornano: la vita ha una lunghezza normale, e la vecchiaia si paga tutta.
Il timbro sbagliato e il campanello
La parte sorprendente è che questa idea ha basi matematiche serie. Dal 1964 esistono equazioni, scritte dal fisico Yakir Aharonov e dai suoi colleghi, che descrivono sistemi con una condizione finale oltre a quella iniziale: in pratica, un finale già fissato che mette dei paletti a tutto quello che viene prima. Altri fisici, tra cui il premio Nobel Murray Gell-Mann, hanno costruito una versione della meccanica quantistica in cui l'oggetto fondamentale non è la fotografia dell'istante ma la storia completa, dall'inizio alla fine.
Visto così, il timbro sbagliato di Nestore non è un miracolo. Se il finale è già scritto, quel documento in ritardo era semplicemente uno dei dettagli compatibili con quel finale. E il campanello della sera di novembre segue la stessa logica, che in fisica ha perfino un nome: principio di autoconsistenza di Novikov, la regola inventata per ragionare sui viaggi nel tempo. Puoi tentare qualsiasi cosa, tranne creare una contraddizione: il mondo produce sempre la coincidenza che protegge il finale. Una precisazione doverosa: il suicidio quantistico è un esperimento mentale e tale deve restare. Nella pratica l'esito più probabile non è salvarsi in un altro ramo, è farsi molto male in questo.
Ada e il soffio al cuore
"A me tutti quegli incastri, a lei niente." È la frase più difficile da spiegare e la risposta possibile è che anche Ada avesse la sua strada completa, da qualche altra parte, e che Nestore ne abbia incrociato solo un pezzo. Sembra un pensiero da romanzo, ma due filosofi americani lo hanno proposto sul serio già nel 1988, e da allora si discute su un problema mai risolto: se ognuno segue la propria strada, chi ci garantisce che le persone che incontriamo abbiano la loro proprio lì? È il muro più alto contro cui questa idea va a sbattere.
Poi c'è il ragionamento che Nestore si fa da solo: chi arriva a cent'anni ha per forza evitato i guai peggiori, sennò non sarebbe lì a raccontarli. È lo stesso ragionamento con cui, durante la guerra, lo statistico Abraham Wald salvò i bombardieri americani: i buchi si vedono solo sugli aerei tornati alla base, quindi bisogna corazzare i punti dove i buchi non ci sono. Ogni sopravvissuto ha una collezione di scampati pericoli e la nota proprio perché è sopravvissuto. Il certificato nel cassetto prova che Nestore non è partito, ma non proverà mai il perché.
E infine il soffio al cuore, sentito una volta e mai più ritrovato: è la prova di qualcosa, o solo un medico stanco? Qui la fisica dà una risposta netta. Se una selezione sul futuro lasciasse tracce misurabili, quelle tracce si potrebbero usare per mandare segnali più veloci della luce, cosa che romperebbe le regole più solide che conosciamo. Quindi vale solo una tra queste due cose: o l'effetto non esiste, o è invisibile d'ufficio. In entrambi i casi nessun esperimento potrà mai confermarlo né smentirlo, e lo sconto di Nestore resta indistinguibile dallo sguardo di chiunque riguardi la propria vita da sopravvissuto.
Nestore, in centoquindici anni, non ha mai saputo la verità. Noi siamo messi come lui. Ma se questa storia vi ha lasciato qualche domanda, le fonti qui sotto sono un buon punto di partenza per farvi la vostra idea. In fondo è così che questa teoria è arrivata fin qui: passando di testa in testa, una generazione dopo l'altra.
Fonti e riferimenti:
- Everett, "Relative State" Formulation of Quantum Mechanics, 1957
- Tegmark, The Interpretation of Quantum Mechanics: Many Worlds or Many Words?, 1998
- The costs of rejecting quantum immortality (Synthese), 2025
- Aharonov, Bergmann, Lebowitz, Time Symmetry in the Quantum Process of Measurement, 1964
- Aharonov, Gruss, Two-time interpretation of quantum mechanics, 2005
- Gell-Mann, Hartle, Time Symmetry and Asymmetry in Quantum Mechanics and Quantum Cosmology, 1994
- Friedman et al., Cauchy problem in spacetimes with closed timelike curves (principio di Novikov), 1990
- Albert, Loewer, Interpreting the Many-Worlds Interpretation (Synthese), 1988
- Wald, A Method of Estimating Plane Vulnerability Based on Damage of Survivors, 1943
- Ćirković, Sandberg, Bostrom, Anthropic Shadow (Risk Analysis), 2010
- Kent, Causality in Time-Neutral Cosmologies, 1998
- Disastro di Marcinelle, 1956

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